Gita al Faro – finalmente

Anche quest’estate ho avuto la fortuna di rinnamorarmi di Virginia Woolf.

Stavolta è toccato a Gita al Faro, romanzo con cui ho sempre avuto un rapporto complicato: la prima volta che ne ho sentito parlare è stato per bocca di mio padre, il quale sosteneva che avrei dovuto assolutamente leggerlo. A quel tempo non conoscevo Virginia come la conosco oggi, dunque non sapevo perché mio padre insistesse così tanto; inoltre lui non è mai stato un grande lettore – o un lettore in generale – e ancora oggi dubito l’abbia mai letto. Semplicemente, aveva la fissa per questo libro dal titolo semplice e dall’aria leggera.

Ho rifiutato di leggerlo finché non ho scoperto la Woolf da me, in un processo di innamoramento inevitabile che si rinnova ogni estate, a ogni libro.

Certo, non è più la narratrice consapevolmente ingenua che puoi trovare ne La crociera e non è ancora la scrittrice aerea de Le onde; è, direi, una via di mezzo: c’è ancora una sottile trama narrativa, in cui a regnare sono i personaggi, belli e complessi, pieni di pensieri che straripano dalle righe, pensieri che non riescono a essere contenuti nelle pagine, che pretendono più spazio e finiscono per occuparti la mente.

Thérèse Schwartze

Non è di facile lettura, perché bisogna accordarsi al ritmo della narrazione, complesso quanto quello di un’orchestra – che Virginia dirige perfettamente, ma a cui noi dobbiamo abituarci prima di riuscire a goderci la musica. Riesce a catturare l’attenzione soffermandosi su un’immagine, che nella vita forse sarebbe stata banale, ma che raccontata da lei diventa colma di significato; e proprio quando hai la mente occupata solo da quell’immagine, bruscamente tutto cambia, si passa ad altro, e quello che hai appena letto può sparire per sempre oppure essere recuperato in seguito, ma tu non lo puoi sapere e finisce che non hai altra scelta che fidarti della narratrice.

Vale la pena fidarsi.

Anche se poi ti lascia con piccoli dolori, come la morte di alcuni personaggi, che non viene mai raccontata ma solo pensata, ogni tanto, da chi vive ancora. La loro stessa creatrice può conoscere tutto delle sue creature, tranne la loro morte. Ecco, la morte non può essere mai narrata, in nessun modo, ma solo vissuta silenziosamente da chi muore. Come se la morte fosse qualcosa di privato, di sacro, inviolabile persino dalle parole.

Solo chi è vivo può dire, tra sé e sé, “chi conoscevo non c’è più, ed è così strano”, continuando poi a vivere, a dipingere, a solcare il mare verso il Faro.

Che cosa veniva poi? Dove stavano andando? Dalla sua mano, fredda come il ghiaccio, immersa nel mare, sprizzò una fontana di gioia per il cambiamento, per la fuga, per l’avventura (che fosse viva, che fosse lì).

Continuando a ricordare, anche quando il pensiero si posa sulla morte, che la vita è sorprendente, inaspettata, sconosciuta. Un’avventura, insomma.

La cosa fondamentale, sempre, in tutti i libri della Woolf e in tutte le sue narrazioni, rimane la “visione”, la capacità e l’opportunità di vedere qualcosa, anche se non si sa dire o spiegare che cosa, sapere che c’è e che guardarla è davvero bello. Così è anche in questo viaggio tanto agognato – forse non tanto dai personaggi, quanto da noi lettori – verso il Faro, che illumina tutto intorno e ci svela il mare.

Perché leggere le Fiabe

Quando pensiamo alle fiabe percepiamo subito e inevitabilmente il sentore dell’infanzia. Se il pensiero poi corre alla nostra infanzia, ci pervade una bella nostalgia: qualcuno si dedicava a noi, raccontandoci storie che ci portiamo ancora dentro; spesso questo compito è affidato alle nonne, custodi di saperi semplici e antichissimi. Personalmente, non ho avuto questa opportunità, perchè ho sempre vissuto in città lontane dalle mie nonne, così ho cercato di rimediare negli ultimi anni, ma le storie che mi raccontano adesso sono quelle della loro vita, a tratti magiche come le fiabe, spesso più complesse, perchè la realtà è un continuo evolversi, un continuo ripetersi ciclico di “c’era una volta” e di “vissero felici e contenti”. Una cosa che le favole insegnano è questa: c’è sempre la possibilità di avere un finale felice; non sarà un finale definitivo, perchè le storie sono in continuo divenire, ma la vita di ognuno di noi si può osservare da questo punto di vista, come una serie di eventi in cui anche (e inaspettatamente) il più tragico di tutti può avere un risvolto positivo. Questa visione delle cose potrebbe sembrare un ottimismo cieco, ma credo che in realtà sia un lasciarsi liberi di avere fede negli accadimenti, soprattutto in quelli di cui non riusciamo a cogliere il senso: un significato c’è, ma non sta a noi esplorarlo. Noi, come i personaggi fiabeschi, abbiamo il compito di viverlo.

Arthur Rackham

Ho deciso di inoltrarmi in un libro di fiabe, (le meravigliose fiabe dei fratelli Grimm) per ritrovare un poco quel che ho preso da bambina. So bene che leggere le fiabe è diverso da ascoltarle; leggerle a ventun’anni, poi, è estremamente diverso che ascoltarle a sei. Eppure, le immagini che le fiabe evocano sono ancora potenti e nitide come allora, quando sfogliavo libri più grandi della mia mano, pieni di figure e con meno parole. Le parole delle fiabe non sono mai molte: ne bastano poche, che siano perfettamente evocative, ed ecco che ci si ritrova in un bosco buio in una notte tempestosa, in un castello oscuro in cui abita una vecchia strega, in riva a un lago incantato che nasconde misteri spaventosi. Nell’introduzione all’edizione che sto leggendo, Luciana Mariangeli spiega con delicatezza e precisione per quale motivo le fiabe siano così radicate in noi:

[…] le fiabe ci fanno sentire che non siamo soli con le nostre emozioni difficili, e tranquillamente ammettono che in giro (dentro e fuori) c’è l’orco e la madre cattiva e il re debole e il cospiratore maligno, ci sollevano dal peso oppressivo della recita di una falsa inesistente innocenza e dall’alibi della buona creanza: sì, ammettono tranquillamente le fiabe, siamo tutti un po’ serpenti agitati da passioni di cui ci vergogniamo, ma siamo anche eroici falconi, capaci tutti, se occorre, di gesta eroiche.

Serpenti e falconi, grovigli e libertà, sono due elementi che fanno parte di noi, contraddizioni viventi. Tendiamo a dimenticarlo, perché fare i conti con le emozioni difficili è piuttosto sgradevole, soprattutto quando non si hanno gli strumenti giusti. Le fiabe possono essere uno di questi strumenti, se si ha la pazienza di ascoltarle.

Arthur Rackham

Ecco che un libro di fiabe può diventare una piccola guida al caos che ci circonda e che ci attraversa, in cui la confusione che regna sembra insormontabile. Vi consiglio, come fa Luciana Mariangeli, una fiaba al giorno, come le raccontava Sheherazade al suo re: così quando arriva la sera potremo sfuggire alla condanna di Shahryar, notte dopo notte, attraverso un racconto.

Il mago di Earthsea, di Ursula K. Le Guin

Nonostante sia per me frequente leggere qualche libro fantasy, finora non ho mai scritto nulla su di essi; come tanti altri, ho iniziato la mia carriera da lettrice proprio attraverso questo genere, senza badare troppo a cosa queste letture potessero significare per me, quali messaggi stessi assimilando o quale visione del mondo mi fosse offerta. Sapevo solo (e per lungo tempo è stato così) che nel fantasy mi trovavo proprio bene, mi ci “accomodavo”. E questo è accaduto perché, nonostante riconosca il valore che quei primi libri hanno avuto per me, essi non smuovevano in realtà alcuna riflessione nella mia testolina infantile: li leggevo per il puro gusto di leggerli, per essere precisi per il gusto di divorarli a una velocità che, alla veneranda età di 21 anni, un po’ invidio. Quando ho cominciato ad approcciarmi a opere che sollevavano (in modo magistralmente naturale) questioni complesse, insinuando dubbi e generando idee, allora è cominciato un lavoro di discernimento, tra il fantasy “sterile” e il fantasy “fecondo”.

illustrazione di Jessie Willcox Smith

Non ho smesso di leggere entrambi i tipi di fantasy, e non mi approccio ad un libro con l’idea che devo trovarci qualcosa; ma mentre leggo ovviamente capisco davanti a cosa sono finita e a volte rimango un po’ delusa, non tanto dalla mancanza di senso in un libro, quanto dal suo patetico tentativo di trovarne uno, che rende una storia, potenzialmente interessante, molto irritante. Ma altre volte mi ritrovo tra le mani piacevolissime sorprese.

Il mago di Earthsea è stato una piacevolissima sorpresa. Mi ci è voluto del tempo per capirlo, perché in effetti prima di aprire questo libro mi ero fatta un’idea distorta e credevo che la bellezza della storia fosse nel suo stile narrativo e nei messaggi idealistici racchiusi al suo interno: avevo, ahimè, dei pregiudizi. Perciò, quando inizialmente non vi ho ritrovato uno stile complesso o linguisticamente accattivante, un po’ ci sono rimasta male, mentre la mancanza di grandi messaggi mi ha rassicurata. La lettura faceva fatica a decollare, ma non potevo mollare, ne andava della mia dignità da accanita sostenitrice del fantasy. E ho scoperto che essere testardi, certe volte, è un vantaggio.

È vero, la scrittura è molto semplice, lo stile è leggero. Non ci sono avventure stabilianti, non c’è ostentazione di elementi magici che possano stupirci: la magia non è un agitare bacchette a caso e le creature magiche portentose che vediamo sono davvero poche; tuttavia credo che sia uno dei migliori fantasy che io abbia letto ultimamente, per un motivo molto semplice: il protagonista è profondamente ed estremamente umano.

Cercherò di spiegarmi meglio: Ged, giovane mago destinato a grandi cose, è inizialmente un ragazzino molto fastidioso. È una dura realtà, ma quando siamo adolescenti tendiamo a essere costantemente irritati e di conseguenza irritanti, senza neanche capire bene perché; sappiamo solo che abbiamo ragione, che il mondo ci è contro, che noi siamo sicuramente più bravi e che dobbiamo dimostrarlo a tutti i costi: è così che Ged finisce in seri guai, evocando da un mondo fatto di tenebre quella che viene definita “Ombra” ma che ovviamente ha una ben solida consistenza, al punto di ferirlo gravemente nel loro primo incontro. Questo sarà un errore dal quale non potrà tornare indietro ed infatti da quel momento la sua vita sarà una tormentosa fuga dall’Ombra, sempre pronta all’agguato e indissolubilmente legata a lui.

Ged a questo punto comincia a cambiare e si avvia per lui un percorso che da ragazzo lo porterà ad esser uomo, ma non attraverso prove da superare o rituali da compiere. Il suo è un percorso fatto di vaghezza, di confusione, di smarrimento, di perdita:

Cominciò per lui un periodo tormentato e difficile. Ogni volta che sognava l’Ombra, o anche solo la pensava, avvertiva sempre quel senso di gelido terrore: si sentiva svuotato di potere e discernimento, fino a diventare ottuso e smarrito. Percepiva quello smarrimento come una forma di vigliaccheria e s’infuriava con se stesso, inutilmente.

Qualunque cosa faccia, in qualunque missione si rifugi, Ged si trova in questo stato e non può fare nulla per uscirne: l’Ombra esiste per lui, lo aspetta e lo cerca continuamente e lui non può sconfiggerla, perché non conosce il suo nome. Nel mondo di Terramare, infatti, i nomi hanno un’importanza fondamentale e i maghi devono essere a conoscenza dei nomi di tutte le cose esistenti per poter agire con la magia su di esse. Le persone non rivelano i propri veri nomi a chiunque, ma solo a chi è degno di piena e incondizionata fiducia. I nomi, insomma, non sono convenzioni, ma l’essenza fondamentale per avere il controllo sulla realtà. Per questo non sapere il nome dell’Ombra rende Ged inerme. Nessuno lo può aiutare: per i suoi maestri creature del genere non hanno nome, in nessun libro di magia trova la risposta, nessuno può averla; solo un antichissimo drago sembra saperla, ma trattare con i draghi è un affare delicato, e Ged deve sacrificare quella risposta per il bene di altri. Tuttavia, quell’incontro gli infonde una vaga speranza: forse, in fin dei conti, un nome esiste. E anche se si ritrova a dover “lasciare il chiaro pericolo dei draghi per passare a quell’informe orrore senza speranza“, egli si mette in viaggio, senza meta, senza scopo. Decide che, anche se è completamente perso, deve far qualcosa per cambiare la sua situazione.

art by Sandara Tang and Paul Tan

Ed è qui che viene il bello. Perché quando siamo allo sbaraglio, in balia di paure scaturite da mali che fanno parte di noi e che ci perseguitano a lungo, l’unica possibilità di salvezza si trova negli altri, che ci possono offrire una visione diversa dalla nostra. Ged rincontra dopo qualche peripezia il suo primo maestro, Ogion. L’Ombra è più vicina e pericolosa che mai e la tentazione del mago è di rimanere al sicuro, “rinunciando a magia e avventure, dimenticando poteri magici e tenebrosi orrori per vivere in pace, come qualunque altro uomo, sul suolo familiare della sua terra“; tuttavia scaccia questo pensiero e decide di seguire il consiglio di Ogion e di fare l’unica cosa che mai avrebbe potuto pensare possibile.

Non voglio rivelarvi questa azione completamente fuori da ogni logica, perché ritengo sia un punto chiave del libro (se siete abbastanza curiosi, quindi, avventuratevici).

Quello che voglio dire, in conclusione di questa chiacchierata forse troppo prolissa, è che siamo abituati a credere che non si possa uscire da una situazione in cui non abbiamo alcun tipo di controllo; e invece bisogna cogliere quanto sia sorprendente scoprire che l’unica soluzione a un problema che non ne ha è una soluzione irrazionale.

Un amore estivo

L’estate è Virginia Woolf.

Almeno, così è per me da un paio d’anni a questa parte: è un amore nato in estate e che ad ogni estate ritorna, tra giugno e luglio, mentre per il resto dell’anno mi accompagna come un fantasma.

La liseuse, Félix Vallotton

Quest’attrazione fatale è nata durante i mesi della maturità, quel momento di passaggio in cui si diceva addio al liceo e ci toccava, una volta per tutte, diventare adulti, senza che nessuno ci avesse spiegato cosa mai significasse; forse qualcuno ne aveva un vago sentore, ma nulla di sufficiente, in ogni caso.

In quel periodo, Virginia Woolf mi era del tutto indifferente: studiarla a scuola non aveva affatto catturato la mia attenzione, era un autore tra i tanti, diceva cose come tutti, andava imparata e basta. Col senno di poi, non saprei dire per quale motivo decisi di leggere Le onde; forse volevo, in qualche modo, un po’ di mare, la cui mancanza cominciava a farsi sentire. Certe volte, semplicemente, bisogna vivere le cose d’istinto, e stare a vedere che succede; generalmente è così che capitano le sorprese migliori.

Mauro Cappellini

Le onde fu una sorpresa bellissima: mi offrì una visione (del mondo, dell’io, della scrittura, dell’insondabile) che mi porto ancora dietro e che allora si incise a tal punto nella mia mente da determinare la direzione della mia tesina di maturità; per essa sono debitrice a Virginia Woolf e a Friedrich Dürrenmatt, colonne portanti di una semplice e tuttavia estremamente complicata idea:

Non esistono storie irrilevanti. Tutto è connesso con tutto.

(La morte della pizia, F. Dürrenmatt)

Raccontare questa connessione non è affatto facile, se ci si pone come obiettivo di dimostrarla teoricamente. L’unico modo estremamente efficace è mostrarla lì dove si manifesta: nelle storie delle persone. Non è facile farlo, perché uno scrittore ha la tentazione di prendere una vita comune e ribaltarla, fino a farla diventare meravigliosamente immaginaria; non è certo una cosa sbagliata, ma in questo processo si perde qualcosa (ed è un vero peccato). Calcando troppo la mano, imponendosi sopra i suoi personaggi e sopra la sua trama, uno scrittore non fa altro che aggiungere veli su veli, fino al punto in cui non si riesce a vedere più nulla. La Woolf invece sta nella trama, ci si sporca le mani, cede il passo ai propri personaggi e dà vita a libri di cui ci si innamora.

L’estate successiva alla maturità, toccò a La crociera, il suo romanzo d’esordio. Leggendolo, ho fatto la conoscenza di personaggi vivi, dinamici, contraddittori, in perpetuo cambiamento e alla ricerca di una percezione di sé:

La visione della propria personalità, di se stessa come qualcosa di reale e imperituro, diverso da tutto il resto, indistruttibile come il mare e il vento, balenò alla mente di Rachel che sentì un’emozione profonda al pensiero di vivere.

La crociera, V. Woolf

Certo, la Woolf non si perde nelle divagazioni teoriche, è sempre molto concreta e conosce abbastanza la crudeltà del reale, tanto da non poter fare a meno di inserirlo anche nel suo primo romanzo, forse per un bisogno di onestà. O forse quel che accade nel finale non fu una sua scelta, ma l’inevitabile succedersi degli eventi, incontrollabili sempre, anche nei libri.

Virginia Woolf,
illustrazione di Franco Matticchio

In questo giugno, invece, ho tra le mani una raccolta di racconti, Oggetti solidi: ritrovo Virginia Woolf nel puro piacere di scrivere, in quello stile che “è solo ritmo”, nel “vasto senso della poesia della vita”, nell’entusiasmo del creare storie. C’è anche una certa ironia che qui e là mi fa scoppiare in risate buffe, una certa leggerezza resa possibile dalla forma dei racconti, una certa spavalderia e un certo orgoglio di chi raggiunge man a mano la consapevolezza di saper scrivere.

Un bell’effetto collaterale che mi colpisce quando leggo i suoi libri (e di cui le sarò sempre grata) è la voglia di scrivere; una scrittura che stimola il cervello fino a questo punto è, credo, una scrittura molto potente e, ahinoi, irraggiungibile. Godiamo di quello che abbiamo, senza soffermarci troppo sul pensiero che avremmo potuto, forse, avere di più; inevitabile è ricordarsi che Virginia Woolf scelse, all’età di cinquantanove anni, di affogarsi in un fiume.

Non credo di avere il diritto di parlarne. Posso solo riconoscere di provare un irrisolvibile senso di ingiustizia, in cui non ci sono colpevoli, non ci sono spiegazioni accettabili; c’è solo un ultimo scritto per il marito, e poi c’è solo il fatto, da lasciare lì.

Leggerò, quando arriverà l’estate giusta, Gita al faro, Orlando, Miss Dalloway; mi divertirò con quel piccolo saggio, Come leggere un libro, e farò una conoscenza più approfondita con la persona di Virginia Woolf tramite i suoi diari, raccolti in Ritratto della scrittrice da giovane.

Mi sporgerò così dalla finestra aperta da lei, in bilico tra lo sbirciare di fuori ed il rimanere dentro.

“Il minotauro” di Benjamin Tammuz

L’edizione che mi sono ritrovata tra le mani de “Il minotauro” risale al 1998, ha le pagine ingiallite ed il profumo dolciastro dei libri che esistono da un po’ di anni senza venir toccati spesso. Non ricordo affatto come l’ho avuto e il suo precedente proprietario non ha lasciato alcuna traccia di sé.

Prima di aprirlo, lo osservavo con una certa perplessità, perché non riuscivo ad inquadrarlo: sulla copertina di un giallo vivo, c’è un uomo elegante seduto di spalle a un tavolino dove poggiano una bottiglia di vino e un bicchiere pieno. Sullo sfondo, il paesaggio stilizzato di una spiaggia con alcune palme tutte storte.

Che tipo di storia poteva contenere? L’editore cercava di spiegare, nella quarta di copertina: “una spy-story d’autore […] una storia affascinante e originale in cui un agente segreto israeliano s’innamora di una ragazza dalla bellezza mediterranea e misteriosa”. Poi offriva le opinioni di giornali e di altri autori, ed era un fiorire di “un autore straordinario”, “una bellissima storia d’amore”, “un inno segreto alla potenza della scrittura”… insomma, più lo osservavo dall’esterno, più non riuscivo a capire se valeva la pena di leggerlo oppure no.

Ora posso dirvi con sicurezza che l’editore avrebbe fatto meglio a non scrivere nulla e lasciare tutte le parole a Benjamin Tammuz, che non si preoccupa di capire cosa sta raccontando. Lo racconta e basta.

Il suo libro, è vero, contiene una serie di lettere d’amore scambiate tra un misterioso uomo e una ragazza, ma questo basta a definirla una storia d’amore? Certo, uno dei suoi protagonisti è un agente segreto, ma allora è una storia di spionaggio? L’autore nasconde tra le pagine alcuni suoi ricordi (forse se ne libera, scrivendoli), perciò siamo di fronte a un’autobiografia?

Non ve lo so dire, veramente. È un po’ come chiedersi: “la mia vita che genere di storia è?”. Una domanda po’ sciocca, non vi pare?

È difficile inquadrare “Il minotauro”; l’unica cosa a cui riesco ad associarlo è un labirinto (poco originale, lo ammetto): le storie di quattro personaggi si intrecciano senza che essi ne possano avere il controllo, si incontrano e si dividono bruscamente, finiscono in vicoli ciechi, si estinguono drasticamente oppure riescono a trovare nuove strade. Falliscono tutti in ciò che più desiderano, ma Tammuz ha cura di ognuno di loro.

“Circuit Board Paintings”
by Eddy Kamuanga Ilunga

Il loro fallimento non sembra poi così importante davanti alla trama che unisce e separa continuamente Alexandr e Thea, due personaggi in bilico sul filo di un amore incomprensibile.

Leggendo le lettere che si scambiano, non si può fare a meno di pensare che Tammuz abbia vissuto tutto questo in prima persona e stia cercando di riviverlo. Può davvero esistere un legame del genere? Un legame che nasce prima di chi ne sarà legato, che risale a un mito antico, che condanna chi ci si ritrova avvinghiato?

Se avesse voluto – e lo voleva molto – avrebbe potuto scorgere una sorta di nostalgia. Nostalgia per un uomo che non aveva mai visto. Thea e Aleksandr adesso si trovavano sullo stesso piano astratto dove soltanto le anime si sfiorano, separate dal corpo e senza più legame con esso.

La fine vi dispiacerà un po’, non tanto per come finisce, ma piuttosto per il solo fatto che finisce. Credo tuttavia che Tammuz abbia colto l’attimo perfetto per interrompere la storia: forse una parola in più avrebbe cambiato troppo tutto il resto.

“Pensieri oziosi di un ozioso – un libro per un’oziosa vacanza” di Jerome K. Jerome

Si sa ormai da tempo che quella dell’otium è un’arte assai difficile da apprendere. Ora ce ne rendiamo conto più che mai: far niente non è poi così dolce se non puoi far altro.

Per tale motivo ho ritenuto saggio prendere in mano questo libro e vedere se ero ancora in tempo per imparare come si deve. Ma già la prefazione non prometteva bene:

Oggigiorno, i lettori pretendono che un libro corregga, istruisca ed elevi. Questo mio volume non eleverebbe una mucca. In coscienza, non posso raccomandarlo per nessun utile scopo.

Non c’era nulla da imparare, dunque, secondo la modesta opinione dell’autore. Tuttavia, non mi sono data per vinta: presto ho imparato che Jerome K. Jerome è davvero un gran birbone e non c’è nulla che ami più che scherzare. Ogni tanto, quasi per sbaglio, scherza così tanto che finisce per essere serio.

“La Trahison des images”, René Magritte

Per esempio, ditemi voi se questa non è saggezza pura:

È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. […] A me va di impigrirmi quando non dovrei essere pigro; non quando impigrirmi è l’unica cosa che mi resta da fare.

Ha proprio ragione, non credete? I pigri autentici di questi tempi non devono passarsela molto bene.

Ma Jerome non ci delizia solo con le sue splendide opinioni sulla pigrizia; affronta numerosi e importanti argomenti, quali:

  • L’amore
  • I nervi
  • La bolletta
  • La vanità
  • Come riuscire nel mondo
  • Il tempo [atmosferico]
  • I cani e i gatti
  • La timidezza
  • I bambini
  • Mangiare e bere
  • Le camere ammobiliate
  • Abiti e portamento
  • La memoria

Ogni volta, inizia il discorso con le migliori intenzioni, passa attraverso l’ironia e il sarcasmo e scivola pian piano nella morale (tutti i grandi vanitosi, anche i più divertenti, non resistono alla morale). È comunque molto bravo a bilanciare, come quando parla di uno degli argomenti che più preferisco e che più ritengo fondamentale:

Uno stomaco pieno è un grande aiuto per la poesia, e a dire il vero, nessun sentimento di nessun genere potrebbe reggersi su uno stomaco vuoto.

(Virginia approva)

Ora, personalmente non so quanto sia elevabile il cervello di una mucca, e non voglio offendere nessuno, ma vi consiglierei di buttare da parte quella Divina Commedia che sicuramente leggete ogni sera molto avidamente prima di addormentarvi, e lasciar oziare la vostra mente per una volta come si deve.

Nella remota possibilità in cui non siate ancora convinti, vi lascio con la frase più significativa, più bella, più incisiva di tutto il libro. Preparatevi mentalmente alla poesia pura che state per leggere:

Ho conosciuto due anziane zitelle, che possedevano una specie di salsiccia tedesca montata su gambe, che, tra loro, chiamavano cane.

Salsiccia tedesca montata su gambe.

(se a questo punto state ridendo anche voi, non allarmatevi. Cominciate soltanto a domandarvi se sia davvero più facile elevare una mucca o un essere umano. Per me la risposta è evidente).

“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

Come sempre, non crediate che vi parli di questo libro. Sarebbe per me impossibile: più amo un’opera, meno ne so parlare. E questa l’ho amata molto.

Mi ci son voluti poco più di quattro mesi per questo viaggio nella Russia ottocentesca. Per alcuni questo sembrerà un arco di tempo molto breve, per altri molto lungo, ma non preoccupatevi: ogni libro ha i propri tempi a seconda di chi lo legge, e non vi giudicherà, sia che siate dei divoratori di parole sia che abbiate la velocità di una lumaca ammaccata.

Ciò che conta è la quantità di vita che passerete con un libro. Con questo qui, in particolare, vivrete a lungo e con molti buoni amici, prima fra tutti Anna.

“Violets sweet violets”
John William Godward

Non voglio parlare di lei. Qualcuno potrebbe non sapere come si conclude la sua vita (non sto anticipando nulla, ovviamente la sua vita si conclude, come del resto la vita di tutti) per cui non ne parlerò. Ma chi sa, capirà; chi non sa vorrà capire e dovrà leggere.

Posso dirvi che ci saranno personaggi che vi ritrovarete ad amare, nonostante pochi capitoli prima non potevate fare a meno di disprezzarli; ce ne saranno altri che vorrete rimproverare con rabbia, anche se consapevoli di adorarli incondizionatamente.

Direte: tutte chiacchiere. Avete ragione, non vi dico mai le cose come stanno. Lasciate allora che vi parli di uno dei personaggi meglio riusciti (che stupidaggine, tutti i personaggi di Tolstoj sono splendidamente riusciti), uno che, se non state attenti, vi si sistema nel cuore e non se ne va più (io non sono stata attenta):

Konstantìn Dmìtrievic Lévin

Elmer Boyd Smith

Lévin è un uomo che ama tre cose: coltivare il suo pezzetto di terra, essere perdutamente innamorato di una donna e porsi continuamente domande. Quest’ultima è un’attività che svolge spesso, scavando sempre più a fondo, disperandosi nel non trovare risposte; è un uomo capace di una gioia genuina, quel tipo di gioia che si ottiene solo dopo molta fatica (fatica a cui parteciperete). E poi lui stesso è così genuino! Ve lo lascerò intuire dalle sue stesse parole:

“Cerca di capire” disse “che questo non è amore. Sono stato innamorato, ma questa è un’altra cosa. Non è un sentimento mio, ma una forza esterna che si è impadronita di me. Sono partito perché ho deciso che era impossibile, capisci, si trattava di una felicità che non è di questa terra; ma ho lottato contro me stesso e mi sono accorto che per vivere non posso farne a meno.”

Ecco, vi ho dato un minuscolo assaggio e non c’è bisogno di assicurarvi oltre che le capacità artistiche di Lev Tolstoj supereranno le vostre aspettative: io posso affermare senza vergogna che leggerei con entusiasmo anche una lista della spesa scritta da lui.

Guardatelo: uno sgorbutico e vecchio elfo dei boschi, selvaggio e libero, che scrive storie di amore e di tormento con una sensibilità e una raffinatezza degna della corte del Re Sole.

Lev Tolstoj

Forse solo un essere dalla natura un po’ fiabesca è in grado di infondere vita a dei personaggi tanto in profondità da farti sentire meno reale di loro. O meglio, farti sentire reale attraverso la loro complessità. Non ci pensiamo spesso, ma è davvero complicato avere a che fare con gli altri e ancor di più con noi stessi. Un libro come questo serve anche a farci prendere una consapevolezza di questo tipo, a renderci partecipi dei nostri stessi pensieri.

Magari ultimamente i vostri pensieri sono confusi. È un periodo strano, certo, in cui ci sentiamo in balia di eventi incontrollabili. A volte mancano le parole per dire come ci sentiamo; leggere i libri giusti è una buona palestra per allenarci a trovarle.

“Anna Karenina” è un libro giusto.

Il Pesce e la Straniera

Questa non è una recensione.

Questa è una chiacchierata, su una poesia, scritta da un ragazzo di 23 anni, 110 anni fa.

Le poesie non mi piacciono: quello poetico è un linguaggio che faccio molta fatica a comprendere, troppo diretto, troppo schietto, soprattutto quando parla per metafore. Ce lo insegnano subito, a scuola, a scomporre le poesie, ad analizzarle per bene, a definirle fin nei minimi dettagli, a scandagliare la ragione di ogni sostantivo, ogni aggettivo, ogni punto e virgola.

Philippe Joylet

Abituata a questa assordante fatica, probabilmente sono divenuta insensibile alla più intima melodia della poesia.

Ogni tanto (raramente) mi imbatto in poesie su cui il mio cervello rimugina, innamorato suo malgrado di qualche passaggio, di qualche accostamento di parole o, ancora peggio, della storia raccontata tra quelle rime baciate.

Veniamo al caso particolare.

“I figli del mare”

(Già il titolo, non vi fa sentire un brivido di gioia?)

Questa è una poesia molto lunga, che dovete leggere solo se vi va. Parla di due principi del mare, Itti e Senia, esiliati (sarebbe interessante sapere per quale peccato) nel mondo degli esseri umani.

Dalla pace del mare lontano

dalle verdi trasparenze dell’onda

dalle lucenti grotte profonde

dal silenzio senza richiami

Itti e Senia dal regno del mare

sul suolo triste sotto il solo avaro

Itti e Senia si risvegliaro

dei mortali a vivere la morte.

Foto mia a caso

È una poesia molto triste e molto bella, che dovete leggere solo se amate il mare. Parla della brama di vivere, senza paura, nella tempesta.

“Senia, il porto non è la terra

dove a ogni brivido del mare

corre pavido a riparare

la stanca vita il pescator.

Senia, il porto è la furia del mare

è la furia del nembo più forte,

quando libera ride la morte

a chi libero la sfidò.”

Parla di una solitudine profonda, dell’estraneità nelle cose amate, e, insieme, del bisogno incessante di qualcun altro.

Si sentirono soli ed estranei

nelle tristi dimore dell’uomo

si sentirono più lontani

fra le cose più dolci e care.

E bevendo lo sguardo oscuro

l’uno all’altra dall’occhio nero

videro la fiamma del mistero

per doppia face battere più forte.

Penso, alla fin fine, che sia una poesia sulla libertà e sull’amore, i quali non saprei minimamente definire, ma che riconosco qui.

Forse per questo “I figli del mare” mi piace tanto: parla di cose importanti che nessuno conosce, e ne parla senza nominarle, ma raccontandole:

“Se t’affidi senza timore

ben più forte saprò navigare,

se non copri la faccia al dolore

giungeremo al nostro mare.”


Belinda Minni
(Instagram: ninphadora_art)

L’autore: Carlo Michelstaedter

“L’amante”, di Marguerite Duras

Ebbene sì, questa recensione sarà impudica. Un bel modo per riprendere a parlare a vanvera di libri, no?

“Dans la Bibliothèque”, Auguste Toulmouche

Devo rivelarvi che leggere un libro come questo può essere molto liberatorio: finalmente qualcuno che vi parla schiettamente, che vi espone il proprio pensiero in modo genuino e onesto, che non vi fa percepire la finzione del racconto.

Insomma, qualcuno capace di scrivere.

Marguerite Duras ha scritto questo libretto di appena cento pagine in età avanzata, un po’ ricordando la sua adolescenza, un po’ cercando, attraverso il racconto, di dimenticarla:


“È troppo tardi anche per i ricordi. Adesso non li amo più. Non so più se li ho amati. Me ne sono andata. Non ho più nella testa il profumo della sua pelle, negli occhi il colore dei suoi occhi. Non mi ricordo più la sua voce[…]. È finita, non me la ricordo più. Per questo è facile scrivere di lei adesso, a lungo, estesamente, è diventata scrittura corrente.”


L’amore proibito tra una ragazza francese e un uomo cinese sembra quasi un evento di secondo piano, nonostante il titolo sia riferito proprio a questo. Ciò che alla Duras interessa è far rivivere quella ragazza di quindici anni, darle modo di parlare, anche se dopo molti anni, anche se ormai è vecchia, ma forse più bella di allora.

Catrin Welz-Stein

Le sue lunghe trecce vi rimarranno nella mente per un bel po’. Così come l’inseparabile “cappello da uomo con testa piatta” e le preziose “scarpe di lamé dorato, con i tacchi alti“. Vi rimarrà impressa la sua bellezza, “che appartiene allo spirito“.

Avrete anche un’idea di cosa vuol dire scrivere, a mio parere molto significativa, in un tempo come il nostro, in cui tutti scrivono anche se nessuno lo sa fare.


“Ma molto spesso non ho un’opinione, vedo che tutti gli spazi sono aperti, come se non ci fossero più pareti, come se lo scritto non sapesse più dove andare per nascondersi, per strutturarsi, per leggersi, come se la sua fondamentale sconvenienza non venisse più rispettata.”


Non credo sia giusto dire che ci sia un messaggio dietro questo libro: è qualcosa di talmente spontaneo che non ha bisogno di lasciare messaggi espliciti. Ma, se proprio dovessimo cavarne fuori uno, probabilmente sarebbe, più che un messaggio, un consiglio spassionato.

Per capire di cosa parlo, non vi resta altro che leggere “L’amante” di Marguerite Duras.

Christian Schloe

“Trastulli di animali” di Yukio Mishima

Premessa: non sono sicura di riuscire a farvi percepire i sentimenti contrastanti che ho provato nella lettura di questo libro piccino e contemporaneamente pesante come un cenone di Natale che rimane sullo stomaco. Vi dico solo che ancora non l’ho digerito.

Innanzitutto bisogna considerare che

  • parliamo del Giappone della metà del ventesimo secolo, una realtà abbastanza lontana, ma con cui ci si può fare i conti;
  • poi c’è l’autore, la cui personalità complessa non si può raccontare qui. Vorrei evitare che il suo spirito infuriato venga a tormentarmi, perciò accontentatevi di sapere che è stato uno scrittore, un drammaturgo, un saggista, un poeta, un nazionalista, un attore, un regista di cinema e un artista marziale. Insomma, non era un tipo facile, perciò non sorprende troppo che non piacesse a nessuno, anche se tutti non potevano fare a meno di ammirarlo (se siete curiosi, andate a leggervi come si è congedato dal mondo).

Tutto ciò si riflette sui tre protagonisti del dramma raccontato in “Trastulli di animali”: tre personaggi dotati della tipica calma giapponese, che nasconde una furia da samurai, tre anime alla ricerca di se stesse, non dalla caverna buia verso la luce del mondo esterno, anzi, dal mondo esterno verso la parte più oscura della caverna.

E sembra pure la scelta giusta.

Voglio spiegarmi meglio, sperando di confondervi di più: gli eventi non fanno altro che precipitare; Koji, un giovane con buone prospettive, si getta a capofitto in un baratro, tenendo per mano sia Ippei, l’uomo per cui lavorava e verso cui dovrà espiare la sua colpa, sia la moglie di quest’ultimo, Yuko, bellissima e incomprensibile.

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarda in te”, diceva il caro Nietzsche.

Io aggiungerei: “e ti viene voglia di esplorarlo fino in fondo, ad un certo punto”; o almeno, questo è quanto è successo a Koji, guardando il vuoto di Ippei, tutto a causa, ovviamente, dell’amore di una donna.

Se posso darvi un consiglio, non fatevi ingannare dal titolo strambo, né dalla trama pressoché inesistente: leggetelo e basta, senza troppe aspettative, perché tanto, comunque, le supererà.

“La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.”

~Yukio Mishima